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Il diritto di dire addio

Processione verso il cimitero di Medellin del Ariari, in Colombia. (Stefania Summermatter, swissinfo.ch)

In oltre cinquant’anni di conflitto armato in Colombia, decine di migliaia di persone sono state uccise e fatte sparire nel nulla. Oggi i famigliari dei cosiddetti “desaparecidos” rivendicano verità e giustizia, grazie anche all’aiuto della Svizzera. Reportage.

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#EntregaDigna

Ho incontrato Maria Azuzena Loaiza durante il pellegrinaggio nell’Alto Ariari. Una donna forte e coraggiosa, che per anni ha cercato invano suo fratello Tullio, ucciso dai paramilitari il 12 novembre 1999, tra i corpi senza vita ritrovati nella regione del Meta. Maria Azuzena non si è mai arresa. Ma è soltanto nel 2016 che per puro caso i resti di Tullio sono stati ritrovati in una fossa, assieme a quelli di un’altra donna. E questo giovedì, Maria Azuzena potrà finalmente dargli degna sepoltura. Un momento carico di emozione non solo per lei, ma per tutta la comunità dell’Alto Ariari.

In Colombia, si stima che più di 82’000 persone siano scomparse durante il conflitto armato. Malgrado gli accordi di pace firmati tra il governo e le FARC prevedano la creazione di un’unità di ricerca e identificazione delle vittime, poco o nulla è stato fatto in questo senso. Gli antropologi forensi si contano sulle dita di una mano e il processo di identificazione di un corpo può durare diversi anni.

Vi è poi un altro importante ostacolo, il tabù che circonda gli ex guerriglieri delle FARC. Molti famigliari scelgono di non denunciare la loro scomparsa per paura di essere stigmatizzati o perfino puniti dallo Stato. Lo stesso vale per chi ha ritrovato il corpo di un guerrigliero e ha deciso di seppellirlo nel più grande segreto. L’identificazione di questi corpi prenderà probabilmente dei decenni, sempre che lo Stato colombiano manifesti una reale volontà di assicurare alle vittime verità e giustizia.

Per saperne di più, l’intervista al capo della delegazione del CICR a Bogotà:  “No hay voluntad politica para encontrar a los desaparecidos”

Un archivio della memoria

Laureata in diritto all’università di Neuchâtel, da un anno Yina Avella accompagna la corporazione clarettiana nella difesa giuridica delle vittime del conflitto nei dipartimenti di Meta e Vichada, in qualità di cooperante per l’ONG svizzera COMUNDO. Durante il pellegrinaggio mi ha raccontato l’importanza di creare un archivio della memoria, con casi che non sono ancora stati risolti.

“Da quel giorno è iniziata la mia solitudine”

Mi ci sono voluti diversi giorni prima di poter raccontare l’esperienza vissuta durante i cinque giorni di pellegrinaggio nell’Alto Ariari. Quante storie di violenza, soprusi, morte. E quanto coraggio e dignità tra coloro che sono sopravvissuti e oggi cercano verità e giustizia.

Carmen Helena aveva appena tredici anni quando il 6 febbraio 2004 i paramilitari assassinarono sua madre, Maria Lucero e suo fratello Daniel, 16 anni.

Ricordo che quella sera la mamma mi stava preparando la cena, quando i paramilitari vennero a cercarla. Non era la prima volta che succedeva, ma quella sera mi disse di non voler più scappare. Io gridavo, cercavo aiuto, ma era come se il villaggio fosse deserto. Quando mio fratello si svegliò, si mise in mezzo per proteggermi e così i paramilitari lo portarono via con Maria Lusero. Pochi minuti dopo mezzanotte sentii il rumore degli spari. Li trovammo vicino alla scuola, uno accanto all’altra. E da quel giorno è iniziata la mia solitudine.

(Stefania Summermatter)

Tanto dolore, dunque, ma anche gioia e speranza, perché Padre Henry ha la grande capacità di spazzare via le lacrime con un sorriso.

(Stefania Summermatter)

La sua testimonianza, come quelle di diverse vittime del conflitto, saranno raccolte in un reportage per la Rete Uno.

Un pellegrinaggio per non dimenticare

 

(Centro Nacional de Memoria Histórica)

Questa settimana, nella regione dell’Alto Ariari si terrà un pellegrinaggio di sei giorni in memoria delle vittime del conflitto. Ci sposteremo a piedi da un villaggio all’altro, raccogliendo le testimonianze di chi ha perso un marito, un figlio, una madre, una sorella,…

Situato a sud di Bogotà, in una regione strategica tra la cordigliera e la selva, l’Alto Ariari è stato a lungo considerato come una “zona rossa” per la massiccia presenza delle FARC e la forte influenza del partito comunista su molti villaggi. Isolata e stigmatizzata, a partire dagli anni Ottanta la popolazione è stata vittima di una lunga serie di abusi, compiuti tanto dai guerriglieri quanto dalle forze paramilitari e dall’esercito. Intere comunità sono state costrette ad abbandonare le proprie terre, migliaia di persone hanno perso la vita (tra cui oltre 300 membri dell’Unione patriottica) e molte famiglie sono tuttora alla ricerca dei corpi dei propri cari.

Organizzato dalla Corporazione Clarettiana, il pellegrinaggio non è solo un’occasione di raccoglimento e condivisione, ma anche uno strumento per ricordare che non può esserci pace senza verità e giustizia.

Addio gennaio

La chiamano la novena del niño: nove giorni di festa per dire addio al mese di gennaio e salutare l’arrivo del nuovo anno. Tre statue di Gesù bambino circolano per i diversi quartieri della città, ospitate ogni sera da una famiglia diversa. Si prega, si balla, si canta e … si beve. “Che viva Gesù”, intonano i musicisti, prima di concludere: “Ma che venga anche l’aguardiente!”.

 

Guapi (© Stefania Summermatter)

Guapi (© Stefania Summermatter)

Ospitare il niño è un sogno che non tutti possono permettersi e comporta spesso molti sacrifici (e debiti?). Oltre a dover pagare i musicisti (inclusi vitto e alloggio), le famiglie devono infatti anche offrire ai presenti un rinfresco. E le porte delle loro case sono aperte a tutti…

Guapi (© Stefania Summermatter)

 

Guapi, il cocco e la coca

Dal finestrino dell’aereo il panorama è meraviglioso. La cordigliera andina lascia spazio alla selva, attraversata da un labirinto di fiumi in corsa verso il Pacifico. Per raggiungere Guapi non avevo altra scelta che volare o imbarcarmi su una lancia per un viaggio di diversi giorni. Anche se non è di certo il mezzo più ecologico, è solo in aereo che ci si può rendere conto della complessa geografia di questa regione del Cauca, completamente isolata dal resto del paese. E così eccomi atterrata a Guapi, accolta da un caldo torrido e umido, e dal fascino della cultura afrocolombiana.

Come tutto il litorale del Pacifico, anche la zona di Guapi è considerata un bacino di biodiversità. Grazie alle abbondanti piogge e alla terra fertile, per decenni da qui partiva frutta e verdura destinata a sfamare il resto del paese. L’arrivo del narcotraffico negli anni Novanta, ha però stravolto l’economia locale e la cultura di queste popolazioni afrocolombiane. La maggior parte dei contadini di Guapi e dei villaggi situati lungo il fiume, si dedica ormai alla coltivazione e/o al commercio di coca. La pasta viene lavorata direttamente nei campi, con uso di combustibile e acido solforico (che finisce nei fiumi…), mentre la polvere bianca viene prodotta nei laboratori nascosti nella selva. Così, per lo meno, racconta la gente del posto, al riparo da occhi e orecchie indiscrete.

Lungo il fiume Guajuí, per decenni hanno risuonato le armi. Esercito, paramilitari, narcotrafficanti e FARC si scontravano su queste acque, lasciando dietro di loro scie di sangue e di paura. Intere comunità sono state costrette ad abbondare i propri villaggi e a cercare rifugio a Guapi, senza un tetto sotto il quale proteggersi. La città è cresciuta a dismisura, senza avere la possibilità di adeguarsi ai nuovi bisogni. Perché se il narcotraffico arricchisce qualcuno, la maggior parte della gente continua a vivere nella povertà. A Guapi non c’è acqua potabile ed è la pioggia a permettere alla comunità di sopravvivere. I rifiuti vengono utilizzati per costruire i sentieri che conducono ai nuovi quartieri, insalubri e infestati di mosche e di zanzare.

Oggi che le FARC hanno consegnato le armi, in questa regione sembra regnare una calma apparente. Il traffico di coca, però, continua. Con altri capi e altri intermediari. Ma chi? Nessuno ha saputo o voluto rispondermi. Le ricerche continuano… sperando di aver guadagnato un granello di fiducia in più in attesa del mio ritorno.

Bogotà, la bella e la bestia

Bogotà, 2’600 metri sopra il livello del mare. Il mio viaggio comincia da qui. Avvolta da una nube di smog e dal rumore incessante del traffico, Bogotà non è certo una di quelle capitali sudamericane di cui ci si innamora al primo sguardo. Eppure anche lei ha il suo fascino, a partire dal centro storico, la cosiddetta Candelaria.

Piazza Bolivar, centro storico di Bogotà

Alle sue spalle, il cerro di Monserrate è uno dei simboli della capitale. Ogni domenica, migliaia di persone si mettono in coda per salire ai piedi fino al santuario, ad oltre 3’000 metri di altitudine. Da lassù, quando il cielo è sereno, si ha una vista magnifica sulla città. O per lo meno così dicono… Io mi sono dovuta accontentare di questo.