Inseguire un sogno su un campo minato

(pardo.ch)

A 13 anni, i talebani le hanno impedito di andare a scuola. Ma Roya Sadat non si è arresa. Rinchiusa tra le quattro mura di casa, si è formata da sola ed oggi è una figura di spicco del cinema afghano e di una nuova generazione che sogna la pace e la libertà. Un po’ come la protagonista del suo ultimo film, “A Letter to the President”, presentato al festival di Locarno 2017 nella sezione Open Doors. Intervista.

«Non so ancora come sarà accolto il film nel mio paese….», afferma con pudore Roya Sadat, 34 anni e uno sguardo pieno di dolcezza. «È la prima volta che un film afghano mostra una donna forte, che a dispetto delle tradizioni e del fondamentalismo, cerca di essere sé stessa e lotta per seguire i suoi ideali».

Opera sublime, “A Letter to the President” è stata selezionata a Locarno nella categoria Open Doors, che da 15 anni promuove i registi provenienti da regioni del Sud e dell’Est del mondo, grazie al sostegno della Direzione dello sviluppo e della cooperazione (DSC). Per Roya Sadat, essere invitata a Locarno non è solo motivo di orgoglio, ma anche un’occasione per trovare dei distributori disposti a comprare il suo film e a farlo circolare nel mondo. Tanto più che in Afghanistan le sale cinematografiche si contano ormai sulle dita di una mano, vittime anch’esse di quarant’anni di violenze e soprusi.

swissinfo.ch: Quando i talebani hanno preso il potere in Afghanistan, lei era ancora una ragazzina. In che modo questo periodo di repressione e violenza ha influenzato la sua vita e il suo lavoro?

Roya Sadat: La mia storia è intrinsecamente legata a quella dell’Afghanistan. Sono nata sotto l’occupazione russa, poi è arrivata la guerra civile e infine i talebani. Ricordo ancora quella mattina. Il marito di mia sorella entrò nella mia stanza e mi disse: “Roya, non uscire per favore. I talebani hanno chiuso le scuole”. Ero sotto shock. Come era possibile? È stato solo l’inizio di una lunga serie di violazioni dei diritti umani. Non ci credo ancora che abbiamo vissuto per cinque anni sotto i talebani. Le donne non potevano studiare e non potevano lavorare. Per uscire di casa dovevano sempre portare il burqa ed essere accompagnate da un uomo. Le mie sorelle erano piccole e col burqa non riuscivano nemmeno a camminare. E poi all’epoca le uniche figure maschili in famiglia erano mio padre e mio zio. Ma non avevano tempo di uscire sempre con noi. Così io restavo spesso a casa, leggevo libri di cinema, letteratura e storia. È allora che ho cominciato a scrivere la sceneggiatura di “Three Dots”, il mio primo film.

swissinfo.ch: Durante l’era dei talebani però il cinema era vietato, molte sale sono state chiuse e dei film bruciati…

R. S.: Sì, era impossibile girare un film. Ho potuto iniziare il mio lavoro solo dolo l’11 settembre e la caduta dei talebani. Ma anche allora non è stato facile. Il paese era pieno di mine e il film è ambientato in mezzo ai campi. Ricordo che andavo sempre in avanscoperta tra i prati per essere sicura che non ci fosse una mina e solo dopo chiamavo la troupe. Ero assolutamente incosciente. Ora che ho due bambini, di tre e cinque anni, non lo rifarei più.

swissinfo.ch: Come ha reagito la sua famiglia quanto ha saputo che stava girando un film?

R. S.: I miei genitori mi hanno sempre sostenuta. Mio zio invece è venuto a casa e ha discusso in modo acceso con mio padre, perché non voleva che mi occupassi di cinema. Ci sono molte persone, d’altronde, in Afghanistan che ritengono che la cultura sia inutile, pericolosa e sovversiva. Il paese è stato teatro di guerre per oltre quarant’anni e ciò ha influenzato molto la mentalità della gente, rendendola più conservatrice. L’Afghanistan ha una lunga storia culturale, fatta di letteratura, cinema, musica e teatro, ma le nuove generazioni non ne sono consapevoli e non sono abituate a confrontarsi con l’arte. E poi c’è un grande sentimento di paura.

swissinfo.ch: Il sentimento di paura è una costante tra la popolazione afghana?

R. S.: Credo di sì. La gente non sa mai se ha di fronte un sostenitore dei talebani o dell’Isis e ciò crea un grande incertezza e un clima di paura. Inoltre gli attentati nel paese sono moneta corrente e una persona rischia di saltare in aria anche solo andando a fare la spesa o a pregare. Ma la vita va avanti e la gente è comunque piena di speranza per il futuro.

swissinfo.ch: Qual è la sfida più grande con la quale è confrontato oggi l’Afghanistan?

R. S.: Senza dubbio la sicurezza. Fintanto che non ci sarà una certa sicurezza nel paese, l’economia e la società civile non potranno svilupparsi e con essa l’intero paese.

swissinfo.ch: Ogni mese centinaia di afghani fuggono in cerca di rifugio nei paesi limitrofi o in Europa. Lei è partita a studiare all’estero, ma poi è tornata. Perché?

R. S.: Sono convinta che coloro che decidono di fuggire hanno buoni motivi per farlo. Lasciare tutto – casa, famiglia, radici – è una decisione estrema, che non viene certo presa alla leggera, soprattutto quando significa rischiare la propria vita sulla via dell’esilio. Non mi permetto dunque di giudicarli e spero solo che riescano a ricominciare una nuova vita in un altro paese. Per quanto mi riguarda, però, sono convinta che la mia vita sia in Afghanistan. Amo il mio paese ed è lì che voglio restare, lavorare e contribuire a costruire una società migliore, pur con tutti i rischi che ciò comporta.


L’articolo Inseguire un sogno su un campo minato è stato pubblicato su swissinfo.ch il 10 agosto 2017.